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Talenti al femminile, dove scoprirli

Tramontati i festival “solo per donne”, per gli interessati e le interessate a scoprire o riscoprire artiste considerate minori, dimenticate o semplicemente emergenti ci sono diverse possibilità. Ne abbiamo elencate alcune in questo focus specifico.

Le riviste di settore

Uncut o Mojo, per chi legge bene l’inglese, sono due risorse fondamentali perché spesso riassumono in poche pagine vita e opere di musicisti (sia uomini che donne, ovviamente) dimenticati. Si deve a Mojo, per esempio, la rivalutazione della chitarrista e cantante gospel Sister Rosetta Tharpe.

I portali dedicati

Soundcloud e Bandcamp possono essere risorse eccezionali per scoprire musica nuova o riscoperta. Nel caso del secondo portale, che di fatto è un negozio di dischi, la home page riporta articoli (in inglese) che raccontano un fenomeno del momento, scelto fra quelli in vendita sul sito: ci si innamora così di tanti nomi fino a quel momento sconosciuti.

Le playlist dedicate

Che siate clienti Spotify o Apple Music poco importa: sono sempre di più gli artisti che usano queste piattaforme per raccontare i propri gusti musicali. Venerus, per esempio, o Mace, sono fra coloro che si attivano spesso in questo senso, andando a elencare brani di artisti e artiste poco noti e tutti da indagare.

Concerti per artiste donne? La parabola del Lilith Fair

L’idea di un festival aperto a sole performer donne oggi da un po’ sorridere, ma trent’anni fa circa si ritenne che fosse l’unica soluzione per permettere a talenti marginalizzati di potersi esibire dal vivo con la stessa visibilità degli uomini: per questo motivo era nato il festival Lilith Fair, creato da Paula Cole (allora in tour con Peter Gabriel, ma nota da noi per aver cantato la sigla di “Dawson’s Creek”) e dalla cantautrice Sarah McLachlan.

Un bel gioco dura poco

Il Lilith Fair volle essere una provocazione, creato inizialmente per costringere radio e tv nordamericane ad abolire l’assurda regola per cui non si potevano passare due pezzi di fila entrambi cantati da donne: anche questo dovrebbe far sorridere, per la sua assurdità. Le due cantanti non immaginavano, forse, di aver centrato un target ignorato altrimenti dai media: alla fine degli anni Novanta il Lilith Fair divenne il festival più remunerativo della storia.

In ultima analisi creò troppe divisioni e marginalizzazioni e il suo concept venne mandato in pensione, in quanto rischiava di creare gli stessi ghetti contro i quali voleva protestare. Come atto dimostrativo ebbe non solo successo, ma diede il successo a una generazione di artiste che altrimenti non avrebbero avuto una piattaforma dalla quale proporre le proprie creazioni. Fra queste Missy Elliott, Fiona Apple, Tegan & Sara… solo alcune delle cantanti oggi di primo piano che ebbero una prima piattaforma proprio in quella dimensione festosa e itinerante, lontana dalle convenzioni.

Il talento fragile di Cat Power

Nel mondo dello spettacolo diamo per scontato che gli artisti siano tutti degli animali da palcoscenico, ma quella della dimensione live è una sfaccettatura ulteriore del lavoro del musicista, e molti non sono equipaggiati per affrontarlo: pensiamo a Barry Manilow, grande protagonista delle classifiche degli anni ’70 ma raramente visto dal vivo.

Il “panico da palco” è molto più diffuso di quanto non si pensi e ci sono schiere di artisti che non si prestano a questa parte del circo della promozione discografica. E poi ci sono quelli che pur malvolentieri si “immolano”, rischiando di essere fraintesi o addirittura di venire danneggiati a livello di carriera perché non sono… Madonna.

Attacchi di panico e romanticismo

È il caso di Cat Power, artista ormai conosciutissima eppure tormentata da una nomea di instabile, quando non addirittura di pazza. Tutto questo perché in una vita costellata di abusi e droghe ha trovato uno sfogo nella composizione ma non nella performance, che fatica ancora a dominare. Il pubblico che la segue lo sa, e accetta le sue fragilità dal vivo, ma per chi non la conosce un suo concerto può essere un clamoroso tonfo nell’acqua così come un dolcissimo atto d’amore, e in questi tempi frenetici molti non hanno la pazienza di aspettare…

Una musicista da rivalutare: Sinead O’ Connor

Ora che dopo la morte del figlio Shane ha annunciato il definitivo addio ai palcoscenici forse in tanti riconsidereranno la loro titubanza a riconoscere la genialità di Sinead O’ Connor: la problematica cantante irlandese ha sempre ricevuto un trattamento insolitamente ostile da stampa e buona parte del grande pubblico, nonostante anche a inizio carriera fosse noto che le sue intemperanze fossero legate a periodi trascorsi in riformatorio insieme alle violenze subite in famiglia.

Un talento a tutto tondo

La vicenda personale ha oscurato ingiustamente un’abilità artistica molto sfaccettata: chi la ricorda solo per la cover di “Nothing Compares 2 U” da lei portata al successo spesso ignora che in carriera O’Connor ha spaziato dal soul al rock, dal pop al reggae-dub, con lavori che probabilmente sarebbero stati accolti meglio se non fossero stati a suo nome.

Il suo essere considerata artista difficile è sempre stato l’ostacolo più grande da superare, dove invece musicisti uomini si sono fatti vanto di quell’etichetta, e anzi vi hanno capitalizzato per aumentare la loro visibilità (proprio Prince, fondamentale per lanciare la carriera internazionale di O’Connor, è uno di questi). Di recente, la colonna sonora di “Euphoria” ha sfruttato un brano meno noto della cantante: un omaggio, sì, ma anche un modo per chiederle scusa.

Britney Spears e Courtney Love: due casi limite

Abbiamo accennato alle responsabilità dell’informazione (quasi: dell’insistenza dei paparazzi) che in in qualche circostanza oltre a documentare le crisi di alcune musiciste le ha probabilmente esacerbate: è il caso di quanto accaduto con la tutela legale ultradecennale di Britney Spears, che è lecito supporre sia stata assegnata per la prima volta per “errore”, da una giudice troppo zelante, dopo alcuni scatti rubati da fotografi senza scrupoli.

Per certi versi è analoga la vicenda della rappresentazione di Courtney Love (e di Yoko Ono prima di lei), letteralmente tormentata dalla stampa a ridosso del suicidio del marito Kurt Cobain: per decenni la rocker statunitense è stata raccontata in termini meno che lusinghieri perché i suoi rapporti con i media erano tesi. Invece di ricevere comprensione, l’attrice-cantante è stata demonizzata e i risultati sono ancora oggi sotto gli occhi di tutti.

L’esempio italiano, da copiare per tutti

Questi due casi non hanno solo danneggiato le carriere delle due artiste, riducendole a caricature di donne disturbate mentalmente e incapaci di prendere decisioni razionali. La stampa di lingua inglese, più in generale, ha cercato di replicare quel modello accanendosi su altri personaggi, perché storie di questo tenore generavano profitti.

Quanto accaduto alle due americane potrebbe ripetersi anche qui? Al netto di quegli articoli che scimmiottano le testate d’oltreoceano, crediamo di noi: prima di tutto per la poderosa legge sulla privacy che ci protegge, e poi per la sussistenza del “Testo Unico dei doveri del giornalista”, che va rispettato in fase di stesura degli articoli – pena sanzioni e anche espulsione dall’Ordine professionale, nei casi più gravi.

Una parte sostanziosa di questa legge deontologica è dedicata a “cosa non fare”: spettacolarizzazione della violenza, ricorso agli stereotipi di genere, narrazioni distorte: quante donne, artiste o no, si potrebbero avvantaggiare di un approccio di questo tipo?

Karen Carpenter, Whitney e le altre: i danni della discografia

Tutti conoscono Whitney Houston e la sua triste parabola, ma il numero diminuisce considerevolmente quando si parla di Karen Carpenter: eppure entrambe queste star sono unite da delle inquietanti analogie, dai disturbi alimentari a una morte precoce in circostanze ancora da chiarire completamente.

In più, per semplificare, si può dire che la carriera di entrambe è stata caratterizzata da una serie di obblighi. Contrattuali, certo, ma anche legate a costrizioni familiari: nel caso di Whitney, c’era da mantenere una famiglia di origine numerosa e che si era abituata a uno stile di vita abbiente; nel caso di Karen, il fratello e la madre la spingevano a esibizioni continue, che hanno aggravato uno stato di salute già precario.

Da Nina Simone a Selena Gomez

Se di Karen Carpenter si conosce poco al di fuori del mondo degli appassionati che conoscono la discografia dei suoi Carpenters con tutte le vicende personali legate a quelle uscite, sono molto discusse altre crisi personali di grandi star che tutti conosciamo. Non c’è solo Whitney.

Per una Adele che si è saputa prendere le sue pause per dare la priorità alla salute fisica c’è un Amy Winehouse che soccombe alle pressioni della celebrità. Più recentemente, i passaggi in clinica di Selena Gomez o Demi Lovato sono stati assai documentati dai paparazzi, e forse si deve proprio a loro una maggiore attenzione non solo nei confronti di questi personaggi, ma anche per i loro momenti di crisi, che a loro volta hanno illuminato sulla mancanza di umanità di un’industria dell’intrattenimento troppo determinata a spremere le proprie star prima che passino di moda.

Un modello da ripensare

Oggi applaudiamo Nina Simone come una delle immortali del mondo della musica, ma quando la sua carriera veniva gestita dal marito la divina pianista fu truffata a più riprese e visse per anni abbandonata da tutti, ridotta sul lastrico e in uno stato mentale più che precario dall’impossibilità di riprendere il controllo della propria vita artistica.

È una storia che abbiamo sentito raccontare tante volte negli ultimi decenni, e per la quale non c’è finale lieto a meno che non siano i fan a illuminare su certe ingiustizie, tramite social media magari. È successo di recente con Britney Spears (della quale parleremo in dettaglio): un cambiamento, insomma, non è (più) impensabile.

Ode al mondo della musica al femminile

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando personaggi come Fanny Mendelssohn o Clara Schumann decidevano di dedicare la loro vita alla musica.

Non sono loro, certamente, le prime compositrici donne nella storia dell’umanità, ma sono fra le più note del mondo classico. E anche se sono passati tanti secoli dal momento presente, esse affrontavano gli stessi problemi di molte delle interpreti e autrici che calcano le nostre scene oggi: la tendenza a essere stereotipate, poco prese in considerazione, sminuite o addirittura dimenticate. Come accaduto alla seconda moglie di Johann Sebastian Bach: era solo una diceria, e come tale è stata liquidata per secoli, ma è stato poi accertato storicamente che Anna Magdalena mise mano o compose molti lavori attribuiti all’illustre marito!

E che dire di Anne Marie Mozart? Sorella del più celebre Wolfgang e altrettanto geniale, rimase sempre nell’ombra dell’incontenibile fratello. Per arrivare più vicini a casa nostra, emblematica è la vicenda di Dora Musumeci: palermitana e prima pianista di jazz in un’epoca in cui questo genere musicale era conosciuto solo dagli intenditori, morì nel 2004 dimenticata da tutti, ma in carriera aveva suonato anche con Lionel Hampton o Dizzy Gillespie.

Queste storie, a prescindere dall’epoca alla quale risalgono, hanno in comune una caratteristica che per certi versi è possibile definire inquietante: la sistematica cancellazione di tante artiste che, fondamentali per originalità e importanza, stanno solo ora ricevendo il giusto tributo (ormai, per la stragrande maggioranza di loro, postumo).

Perché questo sito?

Proprio per questo abbiamo aperto questo portale: il nostro obiettivo è fare opera di divulgazione per riscoprire o evidenziare il lavoro di alcune fondamentali musiciste che non hanno ricevuto il giusto trattamento dai loro coevi, o che sono state ridotte a note a margine nel racconto delle carriere di uomini – loro sì – divenuti e rimasti celebri. Senza nulla togliere a loro, oggi è arrivato il momento di cambiare il finale triste di certe vicende, per quanto possibile.

Vogliamo farlo attraverso monografie, analisi, articoli di critica musicale, ma anche attraverso delle “provocazioni”: se alcune artiste fossero state più libere di creare, meno imbrigliate dal lavoro di manager, mariti o genitori invadenti, o anche semplicemente da una società retrograda, avrebbero cambiato la storia della musica? I nostri gusti sarebbero diversi? Ascolteremmo prodotti di altro genere? La nostra risposta è sì, e la motiveremo attraverso gli approfondimenti che troverete sul nostro blog.